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Quali villaggi costieri in Liguria sono ancora autentici? Passeggiate, colori e tradizioni poco note

📅 14 Agosto 2026✍️ di Umberto Arduini⏱️ 5 min di lettura

Ho iniziato a esplorare la Liguria con lo stesso spirito con cui avevo percorso la Sardegna in camper: cercando quei luoghi dove il tempo sembra essersi fermato, dove i colori delle case rispecchiano ancora il mare e le tradizioni respirano nelle piazze. La costa ligure è famosa per la bellezza, ma raramente per l’autenticità: troppe volte i villaggi più celebri si sono trasformati in gusci turistici, perdendo l’anima che li rendeva speciali. Eppure basta guardar bene, basta varcare le strade principali e salire per i caruggi stretti, per scoprire che l’autenticità ligure non è scomparsa, si è solo ritirata nei luoghi che ancora resistono al clamore.

Durante i miei viaggi lungo questa costa ho capito una cosa: la vera Liguria non si trova sui cartolini postali, bensì negli scoli d’acqua fra i muri colorati, negli odori di basilico che escono dalle finestre aperte, nei dialetti che le persone ancora parlano fra loro. È stata una lezione simile a quella imparata in Sardegna: per trovare l’avventura autentica, occorre partire da una mappa ma non seguirla mai troppo fedelmente.

Camogli: dove i colori ancora parlano il linguaggio del mare

Camogli è una di quelle eccezioni rare dove il turismo non ha completamente cancellato la memoria. Arrivarvi al tramonto, quando la luce dorata colpisce le facciate vertiginose delle case affacciate al mare, è come entrare in una fotografia del XIX secolo. Ho parcheggiato il mio mezzo poco distante dal porto e ho camminato fino alla spiaggia, dove le reti da pesca ancora si asciugano sul bagnasciuga, accanto ai risacche di alghe e alghe secche.

Quello che colpisce davvero è il suono: non musica da bar, ma il verso dei gabbiani e il movimento dell’acqua contro gli scogli. Ho parlato con un pescatore che stava riparando una rete proprio come lo facevano suo nonno e suo padre prima di lui. Mi ha raccontato che la lotta per mantenere viva la tradizione della pesca è quotidiana, ma che rinuncerebbero tutto piuttosto che vedere Camogli trasformata in una copia di sé stessa. La chiesa di San Nicola da Tolentino domina il paese, e i colori delle case – rosa, giallo ocra, azzurro sbiadito – non sono decorazioni per turisti, ma il risultato di generazioni di marinai che tingevano le loro dimore con il materiale che avevano a disposizione.

Ho passato la sera seduto in una piccola trattoria gestita da due fratelli, dove il menù cambia in base a cosa hanno pescato quella mattina. Non ci sono piatti raffinati né presentazioni elaborate: solo autenticità sul piatto, come dovrebbe essere sempre in una terra di mare.

Portofino: il paradosso del lusso che custodisce la memoria

Portofino potrebbe sembrare scontato, troppo celebre per essere ancora autentico. Eppure, se si rinuncia a ammirare il porto in orario di punta e si visita invece alle prime luci dell’alba, quando gli yacht sono ancora fermi e il silenzio permea le strade, si scopre qualcosa di diverso da quello che molti raccontano.

Ho camminato fino al castello duecentesco arrampicato sulla collina, dalle cui mura si scorge il panorama che i navigatori liguri hanno guardato per secoli. La vera Portofino non è nella piazza principale gremita di turisti, ma nelle viuzze laterali dove gli abitanti locali ancora comprano il pane, negli orticelli soleggiati dove vengono coltivate le stesse verdure di sempre. Ho incontrato un signore anziano che mi ha mostrato la casa dove sua madre era nata: una struttura medievale con i muri di pietra griggia, le finestre strette, gli infissi che scricchiolano al vento.

Portofino rappresenta una contraddizione affascinante: è diventata il simbolo del lusso in Italia, eppure conserva nelle sue fondamenta una comunità che non si è completamente dispersa. I ristoranti costosi coesistono con le botteghe di pescatori, gli hotel a cinque stelle con le case dove le nonne ancora preparano il pesto nel mortaio.

Vernazza: il silenzio dopo il rumore

Vernazzo è parte delle Cinque Terre, e questo significa già molte cose per chi conosce l’Italia turistica. Eppure è il meno celebre fra i cinque villaggi, e questa relativa oscurità lo ha preservato meglio degli altri. Ho raggiunto il paese a piedi, scendendo dal sentiero che attraversa vigneti terrazzati dove ancora si produce il Cinque Terre DOC, quel vino bianco che accompagna le serate liguri da generazioni.

Il borgo sorge quasi verticalmente sul mare, con le case che sembrano incastrate una sull’altra come in un gioco di equilibrio precario. Ho passato il pomeriggio seduto in una piccola piazza, osservando come la luce cambiasse il colore delle facciate a ogni ora. Qui non c’è spazio per le auto, naturalmente. Solo pedoni, passi che risuonano sui sampietrini, voci di bambini che giocano, il profumo di basilico fresco che esce da una finestra aperta.

Ho pranzato in un locale minuscolo, gestito da una signora che mi ha spiegato come il turismo di massa, il sovraffollamento che caratterizza le Cinque Terre, abbia convinto molti giovani a restare nei paesi più piccoli come questo. Ha detto una frase che mi è rimasta impressa: “Qui sei costretto a restare te stesso, non puoi recitare un ruolo. E questo piace ancora a chi rimane”.

San Fruttuoso: quando l’accessibilità crea una barriera naturale

San Fruttuoso non ha strada carrabile. Si raggiunge solo a piedi o via mare. Questa semplice caratteristica geografica l’ha protetta meglio di mille amministrative decise dai comuni. Ho optato per la camminata, partendo da Portofino e seguendo il sentiero costiero per circa due ore. La fatica è stata ricompensata da una vista che non avevo mai visto fotografata esattamente come il mio sguardo l’ha catturata.

L’abbazia benedettina emerge dal paesaggio come fosse stata sempre lì, parte integrante della costa. I monaci francescani l’hanno abitata fino a pochi decenni fa, e ancor oggi la loro presenza sembra aleggiare fra i muri di pietra. Qui il turismo esiste, ma è costretto a muoversi lentamente, a respirare il ritmo del luogo piuttosto che imporre il proprio.

La Liguria autentica non è scomparsa. Semplicemente, richiede uno sforzo in più per essere raggiunta. Non basta consultare una guida turistica o seguire le stelle Michelin: occorre camminare contro corrente, essere disposti a non trovare quello che cercavamo e scoprire, invece, quello che la costa ancora vuole mostrare a chi sa ascoltare.

Umberto Arduini

Umberto ha percorso la Sardegna in camper, documentando luoghi insoliti e aree naturali protette. Scrive per chi cerca avventura, panorami selvaggi e consigli pratici su come viaggiare on the road lungo le coste e gli entroterra d’Italia.

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